Amos Oz, Cari fanatici, Feltrinelli, 2017, pagg. 109.
Amos Oz (1939-2018) è un grande scrittore israeliano che combatte il fanatismo. Nel 2017 Feltrinelli pubblicò questo libro contenente tre saggi "opera né di uno studioso né di un esperto bensì di un uomo coinvolto" (p.9).
Il primo, che dà il titolo al libro, è Cari fanatici, e costituisce una riflessione sulla natura del fanatismo e sulla possibilità di combatterlo. AO inizia con una riflessione. "Il fanatico non discute. Se secondo lui qualcosa è male, se ritiene che qualcosa è male agli occhi di Dio, è suo dovere mettere a ferro e fuoco la sede di tale nefandezza..." (p.14) Il fanatismo non nasce con le religioni (monoteiste). Secondo AO il fanatismo ha un fondamento intrinseco nella natura dell'uomo. "Più le domande si fanno ardue e complicate, più aumenta la sete di risposte semplici dei più, risposte fatte di una sola frase, risposte capaci di additare senza esitazione i colpevoli di tutte le nostre sofferenze..." (p.15) Oggi siamo lontani dagli orrori della prima metà del Novecento: "Stalin e Hitler hanno inconsapevolmente inculcato nelle due o tre generazioni a loro successive un timore profondo per ogni estremismo e una sorta di freno agli istinti fanatici." (p. 20). Il fanatismo oggi si nasconde dentro manifestazioni di "dogmatismo categorico", dove si segue senza pensare ma solo "sentendo" un eroe, un profeta, un politico che sa fare bene propaganda, ha la battuta pronta. "Uno dei tratti più tipici del fanatico è il suo fervido desiderio di cambiare te per renderti come lui" (p.25) E se non cambi ti uccide! Generalmente il fanatico - sottolinea AO - non si rende ben conto di cosa vuol dire uccidere; non è un sadico che si diverte a uccidere; vive di slogan, di ideali astratti. La curiosità (sapere come vivono gli altri) e la fantasia (immaginare come vivono gli altri) possono costituire un antidoto al fanatismo; "...anche il senso dell'umorismo può risultare un efficace anticorpo contro il fanatismo. E soprattutto l'autoironia, la disponibilità a ridere di se stessi." (p.34) Alla fine del saggio AO dice la sua sul pacifismo e la violenza: " Non sono un pacifista, non credo nel porgere l'altra guancia, e non condivido neppure l'opinione assai diffusa secondo cui la violenza è il male assoluto. A mio avviso, il male più estremo non è la violenza in sé bensì la prepotenza. La prepotenza è la madre di tutte le violenze. La violenza è l'incarnazione della prepotenza. Perciò non di rado capita di dovere frenare la prepotenza con il pugno di ferro." (p.36). Conclude con l'aneddoto di sua nonna che racconta che cristiani ed ebrei potrebbero convivere in pace in attesa del Messia; quando arriva si vede che avevamo ragione noi. Intanto perché non possiamo vivere assieme tranquillamente?
Il secondo, Tante luci e non una luce, è una riflessione sull'ebraismo, "il giudaismo come cultura e non soltanto come religione o come nazionalità" (p.43). AO ricorda che "Quando va bene, la civiltà del popolo di Israele è una civiltà del dubbio e delle divergenze d'opinione" (p. 45) e che il popolo d'Israele non ama obbedire; basta ricordare che Mosè si mette a discutere e trattare anche con Dio! A chi dice che gli ebrei sono stati salvati dalla Torah AO risponde che "non sono stati i precetti a salvare gli ebrei, ma sono stati gli ebrei che hanno deciso di conservare i precetti" (p.68) di generazione in generazione. E ricorda, a proposito di identità, che "l'identità ha senso solo soltanto quando la porta d'uscita resta tutta aperta. Solo e soltanto così è data la libertà di essere o non essere. Salo e soltanto quando ogni singolo sceglie liberamente di mantenerla e non rinnegarla."(p. 69) Ad AO non piace l'Israele di oggi. AO propugna i famosi "due popoli due Stati". Israele è, secondo AO, l'incontro tra la Bibbia e la civiltà moderna, tra il ritorno a Sion e la Diaspora con il suo stile di vita. Ai fanatici messianici del Grande Israele pone la domanda: "siamo sicuri che se cacciamo tutti gli arabi staremo meglio?" O forse invece ci stiamo autodistruggendoci? (p. 77).
Il terzo, e ultimo saggio è dedicato ai Sogni di cui Israele farebbe ben a sbarazzarsi il prima possibile. In poche pagine AO spiega come e perché "Sì: un compromesso tra Israele e Palestina. Sì: due Stati. Spartizione di questa terra, che deve diventare una casa bifamiliare. Sui due fronti sono in molti ad aborrire l'idea stessa del compromesso. Considerano ogni compromesso una debolezza, un cedimento, forse persino un'umiliazione. Mentre io penso che in famiglia, con i vicina , per gli stessi popoli, quella del compromesso sia una scelta di vita. il contrario del compromesso non è "schiena dritta", non significa integrità né fedeltà agli ideali. Il contrario del compromesso significa fanatismo, significa morte." (p. 96-97)